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Coronavirus e il virus dell’ignoranza informatica: due nemici da eliminare al più presto

Il virus dell’ignoranza informatica ha fatto già parecchi danni. Quando decideremo di eliminarlo per sempre nel nostro Paese?

Il rischio epidemiologico connesso al coronavirus è ormai noto e alcune popolazioni del Nord Italia stanno vivendo dei giorni difficili a causa della quarantena imposta, unitalmente al fatto che, se l’andamento del contagio non sarà confortante, il Governo sarà pronto ad adottare provvedimenti cautelativi simili anche in altre zone del Paese. Tutta la mia solidarietà va quindi a quelle popolazioni, alle imprese, alle pubbliche amministrazioni che stanno lavorando in condizioni difficili e che stanno subendo un danno in termini di produttività, di incassi e di immagine per chi lavora con l’estero. Purtroppo è la realtà: davanti ad un virus così contagioso, più che letale, le misure di contenimento del contagio sono (o almeno dovrebbero essere) le prime da adottarsi. 

L’emergenza da coronavirus, come spesso capita nel nostro bellissimo e disgraziato Paese, porta alla luce questioni, problematiche a lungo nascoste come la polvere sotto il tappeto, che si rivelano spinose, consistenti e difficili da affrontare nell’immediatezza e nella necessità di una risposta pronta necessaria in momenti di crisi come questo. Tutto ciò non tanto per la complessità intrinseca di tali questioni, quanto piuttosto per la superficialità e/o il disinteresse con cui sono state trattate anzitempo, lasciando di fatto impreparati gli operatori che se ne sarebbero dovuti prendere cura. Questo paradigma è applicabile in diversi settori, ma in questi giorni è evidente come il nostro Paese stia pagando un prezzo molto alto in termini di ignoranza informatica.

Prima di assistere alla solita (ed ipocrita) levata di scudi, che segue puntualmente, in Italia, chiunque osi muovere una critica generalizzata, mi affretto a dire che non tutta la popolazione italiana è sprovvista delle necessarie competenze informatiche, non tutte le aziende del territorio italiano sono sprovvedute sul piano della digitalizzazione e non tutte le scuole italiane sono in ritardo quanto all’implementazione delle tecnologie didattiche.

Fatto questo inutile quanto paradossalmente necessario cappello, posso finalmente descrivere la realtà, quella quotidiana, quella che mediamente ciascun cittadino italiano conosce e vive. 

L’Italia è un Paese storicamente refrattario alle innovazioni tecnologiche.

Dobbiamo fare i conti con questa atavica resistenza al cambiamento, malcelata da interminabili sperimentazioni, il cui esito (nella maggior parte dei casi) è il perdurare dello status quo, confinando abilmente le novità in ambiti circoscritti, che con la realtà del quotidiano devono essere tenuti il più lontano possibile. E’ il virus dell’ignoranza informatica, responsabile di questo atteggiamento resistente e diffidente, che porta gli individui a “stare lontani” dalla tecnologia, dalla novità, dall’acquisizione di nuove competenze: questo virus si propaga da molti anni e ha ormai contagiato buona parte della popolazione.


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In quasi ogni ramo della Pubblica Amministrazione il digitale (di facciata) si affianca quotidianamente a pile di carte e cartacce varie, aumentando i costi di gestione e complicando il lavoro degli impiegati: solo per fare un piccolo esempio, in più scuole in cui ho avuto il piacere di insegnare “da precario”, al mattino ero costretto a fare l’appello registrando le presenze sia sul registro cartaceo che su quello elettronico…Che senso ha? Si perde più tempo. Tanto vale rimanere al cartaceo! E questo vale in molte agenzie governative. Sappiamo bene quanto sia inutile recarsi fisicamente allo sportello postale per ritirare la pensione, che è accreditabile automaticamente sul conto corrente, eppure migliaia e migliaia di pensionati si riversano ogni primo del mese all’ufficio postale, dalle 5 del mattino, in attesa dell’agognato mazzo di banconote. Il coronavirus ha risolto il problema degli assembramenti fra gli anziani: il timore del contagio ha, in alcuni casi, falcidiato un po’ le code interminabili (grazie al fatto che alcuni interessati si sono finalmente decisi ad accendere un rapporto di conto corrente postale) e in altri ha consentito una migliore gestione del servizio (date le necessarie distanze fisiche fra le persone). Ci voleva un virus per migliorare il servizio di riscossione postale delle prestazioni pensionistiche! Potrei andare avanti per ore…

Perchè il virus dell’ignoranza informatica ha preso piede? Esiste una cura? Esiste un vaccino contro questa piaga maledetta, silenziosa, che ci accompagna da molto tempo e sembra inarrestabile?

Andiamo per ordine. 

Perchè il virus dell’ignoranza informatica ha preso piede?

Ce lo avevano detto in tutte le salse. Il mondo sta cambiando. Ma – si sa – non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Le avvertenze erano chiare: la globalizzazione avrebbe avuto delle conseguenze su ogni aspetto della vita umana e se le imprese e i governi non si fossero adeguati per tempo, avrebbero pagato un prezzo altissimo, il prezzo della refrattarietà al cambiamento, della stupida rigidità ideologica o semplicemente della superficialità nell’agire.

Non sto qui a discutere gli aspetti etici della globalizzazione, che pur ci sono e andrebbero evidenziati: qui voglio solo sottolineare la necessità di un’azione organizzata, come sistema, alla trasfromazione del paradigma tecno-economico che sta caratterizzando il nuovo millennio: l’economia dell’informazione, di cui già Manuel Castells parlava nei suoi scritti (Castells M., La nascita della società in rete, 2006). Oggi i dati sono oro. Chi tratta di dati, chi li gestisce, chi li interpreta è il vero padrone del mondo.

Agli inizi del 2000 una serie di fenomeni apparentemente separati stavano per convergere sull’economia mondiale dando vita alla “tempesta perfetta”: lo sostenevano a chiare lettere Don Tapscott e Anthony Williams, nel loro saggio “Wikinomics”, tradotto in Italia e pubblicato per Etas nel 2005. La nuova economia della collaborazione di massa avrebbe trasformato i semplici consumatori in “prosumatori”, ossia soggetti in grado non solo di fruire i contenuti ma anche di produrli (vedi gli Youtubers, i bloggers etc…); il cittadino digitale avrebbe potuto prendere parte direttamente ai processi decisionali amministrativi e politici (la piattaforma Rosseau vi dice qualcosa?), le imprese avrebbero aperto il loro know-how all’intelligenza collettiva coinvolgendo le masse e stimolandole a fornire pareri, idee, progetti in merito alla loro produzione di beni e servizi. Wikipedia di fatto è il trionfo della logica della wikinomics: chiunque può contribuire e al contempo fruire dell’enciclopedia più grande del mondo, che ha mandato in soffita ad ammuffire migliaia e migliaia di pagine di polverosi tomi, così fortemente caldeggiati da altrettanti venditori porta a porta di un tempo che fu.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse digitale sono presto individuati: 

  • openness, ossia l’apertura, che consiste nel divulgare il proprio know-how, i progetti, le ricette “segrete” e diffonderle nel web in modo trasparente, al fine di consentire a chiunque di apporvi modifiche migliorative, discutere dei contenuti e grazie alla collaborazione di massa, pervenire a risultati migliori, a prodotti e servizi più aderenti alle reali esigenze dei consumatori e il cui successo sarebbe stato assicurato, dal momento che tali propdotti e servizi sarebbero stati di fatto “co-progettati” dagli stessi soggetti che poi li avrebbero acquistati;
  • peering, che potremmo tradurre in italiano con “orizzontalizzazione”. La velocità dei processi produttivi e la disponibilità delle tecnologie di comunicazione avrebbe profondamente trasformato le logiche gerarchiche interne tipiche della fabbrica novecentesca, in cui per trasmettere un’infomazione rilevante è necessario passare l’informazione al proprio diretto gerarchico. Con l’azienda orizzontale, il flusso delle informazioni é continuo e condiviso ad ogni livello: anche l’ultimo degli operai può segnalare un problema direttamente al CEO e il sistema informativo aziendale ottimizza la gestione delle informazioni. E’ in qualche modo ciò che Bill Gates definiva diversi anni prima il “sistema nervoso digitale” dell’impresa (Gates B., Business alla velocità del pensiero, 1999, Mondadori);
  • Sharing, ossia la condivisione. Lo vediamo oggi più che mai con Facebook, WhatsUp: possiamo condividere tutto in pochi secondi, con chiunque;
  • Acting globally. Tutti i processi suddetti hanno valore su scala planetaria. I confini, per la tecnologia, non hanno senso.

Dov’era l’Italia quando Cassandra parlava? Cosa facevano i nostri governi davanti ad una minaccia (o un’opportunità, dipende dal punto di vista) del genere? Stavano davvero affrontando la questione?

Il Prof. Pier Franco Camussone nei primi anni del duemila ha pubblicato alcuni articoli interessanti sul costo dell’ignoranza informatica in generale, nelle pubbliche amministrazioni e nella sanità (per maggiori dettagli, vedi qui) ed evidenziava già allora la necessità di un’adeguata formazione digitale, che avrebbe avuto un impatto significativo sulla produttività di interi comparti dell’economia. Il dramma di quel periodo, a mio parere, fu ritenere che la semplice conoscenza degli applicativi d’ufficio potesse bastare, favorendo la diffusione delle certificazioni infomatiche meglio note come ECDL, IC3 o EIPASS e simili. Per quanto tali certificazioni avessero un loro valore formativo, esse, per come sono state concepite (e continuano ad essere oggi), non valorizzano l’acquisizione delle compentenze informatiche, limitandosi a certificare le conoscenze.

Mi spiego meglio. Una cosa è sapere come usare Google Maps, cioè conoscerne i comnandi, l’interfaccia, gli usi più comuni, un’altra è usarlo in una situazione concreta. Ad esempio, se mi perdo e non trovo più la strada di ritorno, come uso Google Maps? Questa è una competenza. Se voglio calcolare il punto di pareggio della mia produzione di olio con Excel, come faccio? Questa è una competenza informatica. Sapere dove si trova il comando “Salva con nome” invece è una conoscenza. Ecco, diciamo che come Paese, globalmente, siamo fermi al “salva con nome”! 

Non è diffusa alcuna competenza informatica e, fatta tara di alcune eccezioni, sfido chiunque in azienda o in una Pubblica Amministrazione a dimostrare il contrario. Che cambiamento è questo? Non abbiamo abbracciato le tecnologie, le abbiamo semplicemente subìte proprio perchè non potevamo farne a meno! Ma se un programma si blocca o l’uso che dobbiamo fare del software va fuori di un centimetro dal perimetro nozionistico e routinario in cui abbiamo confinato il nostro rapporto con la tecnologia…apriti cielo! Ci vuole l’esperto! L’esperto di cosa? L’esperto della voglia di cambiare (forse)!

Non serve comprare LIM, PC nuovi, tablet e smartphone dal prezzo a tre zeri se l’unica cosa che sai fare è “scorrere il feed di Facebook”.

Non è questa la rivoluzione digitale: le tecnologie ci vogliono attivi e non passivi; non possiamo più essere dei meri fruitori, dobbiamo trasformarci in problem solver e usare realmente la tecnologia, altrimenti tanto vale rimanere al libro carteceo, alla calcolatrice e al lucido per le presentazioni.

Il virus dell’ignoranza informatica ha preso piede, perchè ogni altro virus, ha trovato terreno fertile, un ambiente idoneo in cui adattarsi e proliferare: siamo noi i responsabili del contagio. Abbiamo consentito al pregiudizio e ad una visione neo-idealista del sapere (che contempla il saper nuotare come un’abilità acquisibile solo mediante la lettura di un apposito “manuale”…sigh!) di evitare la vera questione: le tecnologie non vanno “conosciute”, vanno “usate consapevolmente”. Ed è così che si passerà finalmente dapprima dalla conoscenza alla competenza digitale, per poi giungere alla consapevolezza digitale, ossia ad uno “stile di vita acquisito” in cui l’utilizzo della tecnologia è pienamente presente nelle abilità quotidiane dell’individuo. Provate a ripetere queste parole, mentre il vostro boss o il vostro docente armeggia con il mouse alla ricerca del comando “stampa unione…”!!!

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Esiste una cura?

La cura esiste. Esiste da tempo e giace nei magazzini della letteratura scientifica del settore,  preziosa come l’aria, con cui condivide la triste essenza della trasparenza. Il sapere, la risposta c’é, ma non si vede (e non la si vuol nemmeno vedere). In questi ultimi giorni non ho fatto altro che leggere le riflessioni di eminenti esperti del settore, che ironicamente e (e a volte anche sarcasticamente), hanno evidenziato come l’Italia sulla carta sia pronta da decenni: si sono esplorate varie possibilità, ma una concreta implementazione di tali studi, di tali sperimentazioni ha avuto un unico destinatario, ossia il dimenticatoio, il “Le faremo sapere” della volontà politica. Già, perchè deve essere la volontà politica a permettere che la teoria si trasformi in pratica, evitando però che il cambiamento sia solo di facciata (ossia che dalla conoscenza si passi alla competenza e alla consapevolezza digitale).

 

Esiste un vaccino?

Anche il vaccino esiste e sta negli anticorpi di coloro che in tutti questi anni hanno combattuto le resistenze al digitale, che hanno studiato, che hanno costruito aziende, che tutt’oggi sono impegnati nella dura sfida della digitalizzazione: più realtà organizzative, pubbliche e private, riusciamo a “convertire” al digitale in modo serio e concreto, più avremo diffuso nella nostra economia il vaccino all’ignoranza informatica.

Ma per questo genere di inziative purtroppo, il denaro non si trova mai o lo si spreca nell’acquisto di macchinari e tecnologie senza un vaglio scientifico reale, che ne certifichi un impiego proficuo e fattibile nel quotidiano. Continuiamo dunque a riempiere le aule scolastiche di LIM e TV digitali, mentre manca la carta igienica, e il docente deve districarsi fra innumerevoli cavilli amministrativi in duplice forma (cartacea e digitale), in modo che la reale didattica rimanga un triste teatrino, della durata effetttiva di venti minuti, in cui il malcapitato cercherà di trasmettere un sapere sintetico, nozionistico con alle spalle uno schermo piatto elegantissimo.  


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Image credit: by Freepik

 

1 Comment

  1. Gianni Marconato

    6 Marzo 2020 at 15:17

    Azzeccata analogia! Utili analisi e proposte. Però mi domando: siamo così solo in Italia? Non sono certo, ma non ho dati

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