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Dopo l’effetto coronavirus la scuola non cambierà. E ti spiego perché

La scuola italiana ad oggi dimostra di essere incapace di cambiare perché manifesta i tipici comportamenti di chi rimane ancorato al passato. Le emergenze, da sole, non determinano veri cambiamenti

Non sono un coach, né uno psicologo, ma mi occupo di formazione da molto tempo, da tempo sufficiente per compiere delle riflessioni sull’idoneità della scuola italiana al vero cambiamento, quello che consente un miglioramento effettivo, sul campo e non fatto solo di chiacchiere…

Formare un individuo significa favorirne il cambiamento, ossia portarlo progressivamente da uno stato ad un altro, più avanzato, più consapevole, con più conoscenze e competenze che sarà in grado di mettere in pratica, dimostrando sul campo ciò che ha imparato.

Già, perchè il vero senso dell’apprendimento è il cambiamento. E il cambiamento si può misurare solo in un modo: nella pratica. Se il tuo comportamento davanti ad un problema è nuovo, più funzionale, più efficace rispetto al passato, allora sei cambiato. Altrimenti…devi ancora lavorarci!

La scuola vuole cambiare?

Se la scuola fosse un individuo, come lo dovremmo valutare?

Certamente a partire dal suo attuale comportamento, seppur in condizioni di eccezionalità ed emergenza. Possiamo anche essere un po’ tolleranti, dal momento che si tratta di una situazione particolare, ma è anche vero che un individuo ben allenato e con buone capacità psicofisiche reagirà tendenzialmente in modo migliore anche in condizioni difficili. Lo sanno bene gli atleti. Ma vale in generale.

Molte volte nella storia della scuola italiana si è parlato di innovazione, di cambiamento, di rivoluzione e si è attribuito gran parte del merito di queste trasformazioni all’introduzione delle tecnologie: dai tempi dell’introduzione dei PC sino ad oggi con l’introduzione delle LIM, dei tablet e dei registri elettronici.

Ad ogni ondata “rivoluzionaria” seguiva una sostanziale delusione consistente nel fatto che, fatta tara delle innumerevoli sperimentazioni positive (che tali rimanevano), la didattica rimaneva di fatto sempre uguale a se stessa. E la struttura delle classi ne é inconfutabile testimonianza: le aule di oggi hanno davvero la stessa struttura delle aule del primo Novecento. Forse abbiamo sostituito i gessetti con le penne ottiche, ma di fatto vi è sempre una cattedra da un lato e tanti banchi dall’altro. Abbiamo gli ebook, ma i ragazzi in classe portano la cartella con i libri (quando li portano e se la famiglia controlla…) 

Tutti da decenni si aspettano che la scuola cambi. Ma che cambi davvero, senza modifiche di facciata. Vogliamo una trasformazione che sappia cogliere il senso del tempo che stiamo vivendo, il senso della rivoluzione digitale, che è fatta sì di strumenti nuovi (come gli smartphone), ma è sopratutto centrata sul paradigma del prosumo, ossia sulla possibilità di essere al contempo creatori e fruitori di contenuto grazie al web. La visione “uno-a-molti”, tipica della lezione frontale, non può rimanere l’unico approccio valido in un mondo in cui la curva dell’attenzione si è modificata drasticamente e diventa sempre più difficile coinvolgere l’utente per un tempo significativo. 


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Ma dicevamo…La scuola vuole davvero cambiare? Chiederglielo o spiegarle il perchè questo cambiamento sia necessario, servirebbe a poco.

Un qualsiasi coach o psicologo vi direbbe chiaramente che pretendere che una persona cambi solo perchè glielo chiediamo, perchè ci sono deve evidenti ragioni affinché tale cambiamento sia conveniente, è inutile.

Vale per le persone e vale per le organizzazioni (che sono fatte di persone). Non basta che uno capisca la necessità del cambiamento, perchè cambi. E’ un presupposto, ma é solo l’inizio.

C’è un’altra variabile che potrebbe innescare un cambiamento: l’ansia, la paura del fallimento, un’emergenza, proprio come quella che stiamo vivendo. Questi fattori possono influire sullo stato emotivo della persona e motivarla sul momento ad agire: ma l’effetto spesso svanisce allo svanire dell’emergenza. Il cambiamento messo in atto non regge nel tempo perchè rappresenta solo una temporanea risposta di difesa a circostanze esterne particolarmente avverse che la persona sente il bisogno di fronteggiare e quindi lo rende più disponibile ad affrontare delle “paure”, delle “resistenze” che prima sembravano insuperabili.

Come direbbe lo psicoterapeuta Giorgio Nardone: “la paura più grande scaccia la paura più piccola”.

La scuola oggi sta vivendo questa particolare condizione emotiva e sta reagendo come può, facendo tutto quello che avrebbe potuto fare, con calma e con qualità, negli ultimi dieci anni, con tutte le conseguenze di una decisione presa di velocità, senza raziocinio, al fine di non danneggiarsi ulteriormente rimanendo ferma: è una reazione istintuale, quasi di sopravvivenza, per assicurare “la continuità didattica”, più per autoconvincersi che la scuola “c’é” e sopratutto che tutto prosegue come sempre, nonostante gli ostacoli.

No. Non si cambia così.

Non si cambia con la paura addosso.

O meglio, la paura, la rabbia, le emozioni negative potrebbero anche essere uno spunto interessante per innescare un cambiamento, ma da sole non bastano. Non bastano perchè la loro forza si esaurisce non appena il “nemico” si indebolisce. Ecco dunque che le nuove abitudini non si radicano abbastanza e appena le circostanze migliorano un po’, tutto torna come prima… Del resto, perché cambiare, se poi le cose così come sono, vanno bene? 

Tutti possono cambiare. Anche la scuola. 

Qual é allora l’atteggiamento giusto perché il cambiamento avvenga davvero?

Il vero cambiamento non è quasi mai repentino. Richiede tempo. Non vuol dire che richieda decenni, ma richiede un impegno costante, un investimento nel tempo. Cambiare significa scegliere: decidere di puntare verso un obiettivo con autenticità e consapevolezza, non abbandonarsi a mere dichiarazioni d’intenti.

Si cambia quando le decisioni sono prese al di fuori delle “tempeste emotive” dell’oggi, ma si abbracciano precisi valori, dei veri obiettivi che “sentiamo dentro”.

La scuola “sente” di voler cambiare? Sente degli obiettivi differenti? Sente che la sua mission deve evolversi?

Questo grado consapevolezza è già difficile da ottenere da una singola persona, tanto è vero che il detto buddista “il maestro compare quando l’allievo è pronto”, la dice lunga sul punto. Figuriamoci per un’organizzazione: una parte dei docenti, dei dirigenti scolastici è sicuramente convinta di cambiare, ma all’interno di un corpo sociale così numeroso e complesso una sola parte di individui non può essere in grado  – di per sé – di attivare quel cambiamento complessivo che l’intera organizzazione dovrebbe decidersi autenticamente a compiere.

Del resto, la resistenza al cambiamento è tipica delle organizzazioni (e delle persone).

Ecco perchè è una questione culturale, di valori che dovrebbero permeare la stragrande maggioranza del corpo docente. Ed è inutile qui che si levino i soliti scudi ipocriti di chi dice che i docenti vogliono cambiare, che la maggior parte del mondo scolastico vuole il cambiamento: vi ricordate? Il nostro metro di misura è il comportamento. Se la scuola di fatto rimane sempre uguale, vuole dire che di fatto non vuole cambiare (come organizzazione).

E a poco servono le solite parole che tendono ad escludere una buona parte dei docenti “che si impegna ogni giorno perché la scuola italiana sia migliore”.

Puttanate.

Non nel senso che siano parole false.

Nel senso che sono parole ipocrite: se non si cambia complessivamente, gli eroi non servono e se fossero stati “eroi” qualcosa sarebbe davvero cambiato a livello generale.

Ma la scuola non ha bisogno di eroi.

Ha solo bisogno di guardarsi allo specchio e valutarsi per quella che è oggi. Senza sconti. Senza scuse.

Ma lo fa?

Certo che no: attiva il più delle volte il copione del j’accuse, cioè accusa l’altro, per non assurmersi le sue responsabilità. E’ sempre colpa degli altri: del governo, delle famiglie, degli allievi, delle leggi…

Attenzione: non dico che non vi siano dei fattori esterni alla scuola che impattino negativamente su di essa. Ciò é innegabile. Ma quando si vuole cambiare veramente, la prima cosa da fare è finirla di recriminare, di accusare gli altri e cominciare a capire quali cose sono sotto la nostra responsabilità e quali no. E iniziare ad agire adesso su ciò che possiamo controllare, su ciò che possiamo cambiare, indipendentemente dai fattori esterni. Poi ci occuperemo anche di quelli, altrimenti essi saranno (come lo sono sempre stati sino ad oggi) uno stupido alibi che certo non ci aiuta a reagire. 


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Un altro elemento fondamentale perché si attui un autentico cambiamento consiste nella capacità di autocontrollo.

Per il singolo controllare i propri progressi verso l’obiettivo finale é essenziale: deve misurare cosa sta facendo. Per capire se è sulla strada giusta o se serve correggere la direzione. A livello organizzativo ciò si traduce nella necessità di una valutazione onesta delle proprie azioni verso gli obiettivi di cambiamento: senza misurare, senza valutare davvero, ogni sforzo sarà inutile. Rimando ad altre mie riflessioni su questo blog, in ordine al rischio che anche in questa occasione il denaro messo a disposizione dal governo servirà solo a comprare dotazioni hardware senza un reale impatto sulla didattica.

Un ulteriore elemento fondamentale perché il cambiamento avvenga davvero é la capacità di adattamento, intesa come la disponibilità concreta a modificare i propri comportamenti in funzione delle circostanze: e lo stiamo vedendo in questi giorni…

Se da una parte molti docenti si sono messi in gioco per attivare la “teledidattica” (concetto su cui sorvolo solo per non infierire ulteriormente…), dall’altro i social sono inondati dalle proteste di docenti e genitori che si oppongono a tale soluzione. Adattarsi non vuol dire arrangiarsi, non vuole dire “tamponare” una situazione o flettersi come una canna al vento. Può significarlo forse nell’imminenza del problema. Non significa nemmeno irrigidirsi su questioni di principio che possono fungere anche da alibi perché tutto continui ad essere come é sempre stato.

Adattarsi significa evolversi: cominciare a ragionare in un altro modo, sulla base di ciò che accade intorno a noi.

E in questi giorni la scuola sta dando una pessima prova di adattamento…

Dunque la scuola vuole davvero cambiare, sulla base di ciò che ho evidenziato? La mia risposta é no (e spero con tutto il cuore di sbagliarmi o meglio, di essere smentito dai fatti).

 


Per maggiori approfondimenti sul Serious eLearning Manifesto: https://elearningmanifesto.org/read-the-manifesto/serious-elearning-manifesto-italian/ 


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 Image credit: by Freepik

 

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