eLearning

Interazione e qualità dell’e-learning

L’importanza delle interazioni all’interno di un percorso formativo è nota ed evidente a tutti, già nei setting in presenza, dove il contatto fra docente e allievi è costante: la lezione diventa sicureamente più interessante ed efficace se gli allievi vengono coinvolti nella discussione dell’argomento: stimolare la classe a interagire è una delle chiavi di volta di un apprendimento partecipativo e significativo, che garantisce una resa molto più duratura e di qualità: del resto, l’insegnante, per coinvolgere gli allievi, deve essere anche un po’ performer, deve cioè saper coinvolgere, porre i giusti stimoli, condurre la lezione e la discussione sul tema prestabilito in modo da “cucirla” addosso alla classe, attraverso anche il diretto contributo degli allievi. L’insegnante è il mediatore della conoscenza, in grado di trasformare, grazie alle sue speciiche competenze, un argomento anche complesso in una serie di contenuti comprensibili e adattabili alla classe e, per fare questo, deve conoscere i suoi allievi: deve quindi interagire con la classe, e sulla base dei feedback ricevuti, adattare i contenuti stessi. Un’operazione non facile, specie se si è privi di esperienza.

Se l’interazione ha un ruolo così cruciale nei setting tradizionali, nel setting virtuale diviene addirittura essenziale, irrinunciabile.

La questione dunque non è se vi debba essere interazione all’interno di un corso e-learning, ma piuttosto quale tipo di interazione implementare per garantire il successo del corso online. A rigore, se definiamo interazione qualsiasi scambio informativo fra piattaforma/contenuti e utente, probabilmente l’e-learning contiene in sè già degli elementi di interazione, ma rischieremmo – ragionando così – di uscire fuori dal seminato. L’interazione non può fermarsi ad un mero scambio, ad un semplice click su un pulsante del player, nè tantomento può fermarsi alla semplice email di richiesta di chiarimento da inviare al docente (saremmo rimasti allora ai tempi della scuola per corrispondenza!).

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Per chiarire meglio le cose, dal punto di vista della qualità dell’interazione in un corso elearning, dobbiamo distinguere tre piani, in funzione dei quali, il ruolo della classe e del docente evolve da un livello più elementare ad un livello più complesso:

  • il primo livello è quello meramente erogativo, basato su un’interazione minima. Il docente eroga il corso. L’allievo può, solo dopo la lezione, porre domande e attendere delle risposte dal docente. Il programma è fissato rigidamente e le prove di valutazione sono standardizzate. 
  • il secondo livello è quello semi-aperto, in cui il docente ha un tema da affrontare con gli allievi, ma, fissato questo, propone agli allievi di approfondirlo, utilizzando un percorso di fonti pre-assegnate e validate dallo stesso docente. Su tali fonti la classe elaborerà una sua visione della tematica affrontata, producendo ad esempio una relazione con il coordinamento e il supporto del docente. La conoscenza emerge come processo di discussione fra docente e classe nell’elaborazione del contenuto finale.
  • il terzo livello è quello totalmente aperto, in cui il docente ha una funzione minimale. Il percorso formativo si costruisce in fieri, a partire dalla tematica osservata. La partecipazione e lo scambio fra gli allievi è massimo: essi sono chiamati ad approfondire autonomamente con le loro fonti la tematica e a discutere insieme della produzione di un documento finale. Il docente può validare le fonti e orientare il percorso, ma la discussione consentirà l’emersione di una conoscenza condivisa e reificata. Questo tipo di approccio è raccomandato solo per i corsi per adulti con esperienze e competenze di base idonee ad affrontare un percorso così flessibile. In quest’ultimo caso è possibile fare evolvere l’esperienza di apprendimento, da mera classe virtuale a futura comunità di pratiche, dato l’elevato livello di interazione mantenuto durante il percorso, ai fini della conservazione e consolidamento dell’esperienza formativa e al rilancio della stessa su canoni sostanzialmente informali. E’ uno sbocco naturale specialmente nei percorsi formativi destinati alle professioni specialistiche, in cui il supporto comunitario può risultare prezioso e in alcuni casi può rappresentare per il singolo professionista un vero  e proprio vantaggio competitivo sugli altri colleghi non aderenti ad una comuniutà di pratiche.

I tre livelli corrispondono a tre approcci didattici completamente differenti, dove i primi due assumono sostanzialmente – con poche differenze – un approccio cognitivista dell’apprendimento, che vede la mente umana come un elaboratore di informazioni, quasi alla stregua di un computer. Tale visione ha un impatto nell’instructional design, ossia nel modo di concepire il progetto formativo, nel modo di veicolare i contenuti e condurre la comunicazione con la classe (virtuale). L’approccio della scienza cognitiva ignorava del tutto il ruolo della corporeità per il processo di apprendimento.

I recenti studi scientifici invece hanno dimostrato il ruolo del corpo, nella sua interazione con la mente, all’interno dell’apprendimento umano: non impariamo solo col cervello ma anche con i nostri sensi, i quali rendono più coinvolgente il rapporto con il mondo esterno, producendo sensazioni ed emozioni, le quali hanno un ruolo nella ritenzione delle informazioni  e nella formazione e sviluppo della conoscenza individuale del mondo. In una visione più allargata di questa considerazione, si passa al terzo livello, che si rifà al modello di apprendimento socio-costruttivista, il quale assume che la conoscenza che abbiamo del mondo è il frutto dell’esperienza sociale e delle prsonali interazioni che abbiamo col mondo e con gli altri. Sulla base di tali esperienze costruiamo una nostra personale mappa del mondo: dunque la conoscenza e il processo di apprendimento rappresentano un processo di natura sociale, basato essenzialmente sulle interazioni fra invidividuo e mondo.

In pratica, per poter fare didattica efficacemente, è necessario avere presente (o quantomeno intuire) la “mappa” che l’allievo possiede per leggere il mondo: in modo più sintetico e forse meno poetico, bisogna essere capaci di “pensare” come lui, di acquisire il suo codice comunicativo, il suo livello di interazione col mondo, per poterlo decodificare e trasmettere i contenuti in modo che possano essere letti, compresi e acquisiti pienamente in conformità alla struttura di conoscenza che l’allievo ha. Si avrà così più facilmente accesso alla mente dell’allievo, perchè si veicoleranno i contenuti in modo coerente e conforme alla sua mente, facilitando quindi l’apprendimento.

Per il setting online, in realtà, pur essendo presenti le tre alternative predette, le cose sono più complicate: l’imposibilità di conoscere approfnditamente la classe virtuale impedisce al progettista elearning e al docente online la costruzione di percorsi di apprendimento del tutto calzanti alla “mente” della classe, ancor di più se si pensa al fatto che l’incarico di progettare l’intervento è spesso fornito dalla committenza, sulla base delle esigenze e delle evidenze tratte da quest’ultima e non direttamente dall’instructional designer… Ecco perchè è importante condurre un’analisi dei bisogni approfondita!

E’ ovvio che i migliori risultati si avranno nel setting virtuale che adotta un approccio totalmente aperto, dove la collaborazione è al centro dell’intero percorso e-learning e il tema, seppur assegnato dal docente, è liberamente approfondito e discusso dagli allievi, i quali porteranno in condivisione nello spazio virtuale le proprie esperienze e la propria visione del tema. In questi casi è importante mettere a disposizione della comunità uno o più strumenti di condivisione creativa come il wiki (di cui ho parlato in questo post): invitando gli allievi a costruire un documento comune su un determinato argomento, si coinvolge il loro mondo interiore e al contempo si stimola la discussione arricchendo il prodotto della loro interazione (ossia il documento) in modo continuativo e attivo.

Dunque la formazione online diventa pienamente efficace quando i processi partecipativi si trasformano in processi reificativi e viceversa in un continuum.

Ma nella realtà le cose come stanno?

Purtroppo l’e-learning – almeno nel nostro Belpaese – ad eccezione di qualche caso è per lo più impiegato per soluzioni di carattere erogativo, che lasciano poco spazio ad interazioni di qualità. Ciò è dovuto al fatto che la formazione online è spesso impiegata per abbattere i costi mediante l’erogazione di contenuti previsti dalla legge (come nel caso della sicurezza sul lavoro o degli ecm): la legge non prevede specifici standard di qualità e la normativa risulta spesso generica. Ciò non apre alla possibilità di investire concretamente nell’e-learning e anzi favorisce una stupida corsa al ribasso dei prezzi, che certo non conduce ad un incremento della qualità dell’e-learning sul mercato.

Più facile invece è imbattersi in un corso di qualità nella formazione volontaria, dove è il mercato a selezionare l’offerta migliore sulla base del rapporto qualità/prezzo, ma si tratta comunque di una fetta di mercato molto più piccola rispetto a quella della formazione obbligatoria.

E’ chiaro dunque che le occasioni per incrementare la qualità delle interazioni nell’e-learning, per un instructional designer, sono poche: tuattavia, in quei casi in cui può felicemente imbattersi in una sfida interessante, è bene conoscere come favorire delle interazioni di qualità e soprattutto come comprendere le esigenze della classe virtuale, cercando di entrare nelle mappe della conoscenza del mondo che i futuri allievi della committenza possiedono.

Di questo parlerò nella seconda parte di questo post.

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